L’americanismo pavesiano

Nel volume “Cesare Pavese: La letteratura Americana e altri saggi”, Italo Calvino, voce d’eccezione nella prefazione del testo, spiega a noi lettori quanto l’opera creativa dell’autore piemontese si leghi indissolubilmente alla sua battaglia culturale di “rinnovatore di un panorama letterario e di ricercatore di ragioni poetiche e umane”.

Nella raccolta dei saggi americani, Calvino sottolinea quanto l’atteggiamento di apertura ai nuovi orizzonti da parte dell’intellighenzia italiana non sia però da confondere con una mera esterofilia o esotismo: la scoperta dell’America letteraria sotto il fascismo fu piuttosto un’immersione nel dramma umano in una terra utopica. Essa rappresentò quell’alternativa per riacquistare nuova linfa vitale e fu proprio attraverso l’America, la Russia, la Francia, la Spagna che l’Itala riscoprì se stessa. Lo studio di un orizzonte culturale diverso da quello dell’Italia del Ventennio rivelava la forte esigenza di trovare nuovo slancio attraverso nuovi modelli letterari da porre come termine di confronto, un desiderio di un rinnovamento linguistico della prosa, una volontà di ritrovare il contatto con l’esistenza umana attraverso la trattazione di nuovi argomenti, la riscoperta di ambientazioni caratteristiche e dell’originalità dei personaggi.

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La prospettiva di una creazione di uno stile nato dal dinamismo e dall’irrequietezza dell’individuo americano rispondevano a questa necessità.  La letteratura americana si mostrò l’antitesi ideale al clima del gretto accademismo, dell’ermetismo e soprattutto della prosa dell’arte, una letteratura che aveva progressivamente perduto il contatto con la vita. Gli italiani che si affacciarono alla letteratura americana riscoprirono la sintesi della realtà contemporanea: sullo sfondo di terre primitive, le culture dei diversi popoli si sono armonizzate fino a creare lo stile autentico di una cultura complessa. Quella americana si presentava come una terra ricca, una realtà sociale e politica alla quale aspirare, a detta di Calvino: “Una incomposta sintesi di tutto ciò che il fascismo pretendeva di negare”.

In essa si concentravano la molteplicità delle voci, la ribellione dei singoli, il dramma dell’affermazione dell’individuo, lo spirito democratico.  Inoltre, il carattere genuinamente americano risultava ben diverso dall’ossessiva imposizione di un’identità italica sorta dalla tradizionale “superiorità latina” le cui produzioni letterarie non si mostrarono altro che frutti di un nazionalismo culturale sterile. Gli Stati Uniti d’America si palesarono come patria ideale: la via d’uscita per le migliori intelligenze italiane avvilite dallo stato di degradazione del panorama culturale.

”Per qualche anno questi giovani lessero e tradussero e scrissero con una gioia di scoperta e di rivolta che indignò la cultura ufficiale, ma il successo fu tanto che costrinse il regime a tollerare, per salvare la faccia. Si scherza? Eravamo il paese della risorta romanità 11389dove perfino i geometri studiavano il latino, il paese dei guerrieri e dei santi, il paese del Genio per grazia di Dio, e questi nuovi scalzacani, questi mercanti coloniali, questi villani miliardari osavano darci una lezione di gusto facendosi leggere discutere e ammirare? Il regime tollerò a denti stretti, e stava intanto sulla breccia, sempre pronto a profittare di un passo falso, di una pagina più cruda, d’una bestemmia più diretta, per pigliarci sul fatto e menare la botta. […] Il sapore di scandalo e di facile eresia che avvolgeva i nuovi libri e i loro argomenti, il furore di rivolta e di sincerità che anche i più sventati sentivano pulsare in quelle pagine tradotte, riuscirono irresistibili a un pubblico non ancora del tutto intontito dal conformismo e dall’accademia. […] Per molta gente l’incontro con Caldwell, Steinbeck, Saroyan, e perfino col vecchio Lewis, aperse il primo spiraglio di libertà, il primo sospetto che non tutto nella cultura del mondo finisse coi fasci.”

(Da Arrowsmith, di Sinclair Lewis, 1924. Trad. di Pavese, Un romanziere americano, Sinclair Lewis “La Cultura”, 1930. Ora in Letteratura americana e altri saggi, Torino: Einaudi, pp. 23-24)

Del resto Pavese non fu il solo, allora, ad accostarsi al mondo americano. Anche Emilio Cecchi, vociano prima e rondista poi, contribuiva a diffondere l’interesse per la nuova civiltà, con alcuni saggi critici raccolti nel volume “Scrittori inglesi e americani”. Ma Cecchi rappresentava soprattutto la posizione del letterato europeo, decadente e raffinatissimo, attratto e respinto dalle forze in espansione del capitalismo statunitense.

L’esperienza compiuta da Pavese si avvicina, negli intendimenti, a quella di Elio Vittorini, la cui attività di traduttore e di volgarizzatore della letteratura americana integrò quella dello scrittore piemontese. Pavese conobbe Vittorini nel 1936, in occasione dell’edizione solariana di “Lavorare stanca”, tradusse alcuni brani per l’antologia “Americana” allestita dal Vittorini, la cui prima edizione venne sequestrata dalla censura fascista, e che venne ripubblicata l’anno dopo, senza le note del Vittorini.

 

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L’antologia sembrava riassumere il senso di un decennio di esperienze comuni, in cui Vittorini e Pavese erano stati responsabili di un fatto culturalmente rivoluzionario, in grado di provocare l’improvviso svecchiamento di parte della narrativa precedente: la diffusione del

romanzo americano, che intervenne a rompere il cerchio quasi magico della prosa d’arte e a denunciare l’eccesso di compiacenza per i problemi dell’io, visibile negli scrittori del ventennio legati agli esempi europei di Proust e Joyce. Entrambi condividevano il desiderio di uscire da quell’atmosfera asfittica di un costume letterario, che, di fatto, finiva per sostenere l’ideologia della classe dominante.

Di fronte all’estenuazione della vecchia Europa, gli “americani” sembravano presentarsi alla ribalta della scena mondiale con le energie di una vitalità intatta, primitiva e barbarica, non corrotta dal tarlo sterile del culturalismo. Essi erano i soli a presentare quella “ingenuità di spirito e di cultura che noi abbiamo distrutto con nostro danno”. L’America non fu solo il simbolo universalizzato delle contraddizioni della società moderna, ma anche il mito di un paradiso perduto; dunque non rappresentava esclusivamente il nuovo stimolo per una rinascita artistica del panorama letterario italiano, ma si rivelava soprattutto una speranza per l’apertura all’umanità:  “un’apertura all’uomo verso l’uomo”.

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Pavese ritrovava, oltre all’esigenza di un rapporto critico con la realtà, un momento di evasione, capace di distoglierlo dalla situazione deludente del suo tempo e della sua stessa quotidiana esistenza; egli si ritrovò ad indagare sulla figura del “baleniere letterato”, sul suo trascorso da uomo di mare e uomo di lettere, individuandone una nuova tipologia di intellettuale americano; Melville in particolare gli offriva un’immagine integra dell’uomo e dello scrittore in cui avrebbe voluto identificarsi: lo scrittore nuovo che ha saputo prima nutrirsi del contatto con la vita e solo in seguito divenuto narratori delle vicende umane.

[…] noi, figli dell’Ottocento, abbiamo nelle ossa il gusto delle avventure, del primitivo, della vita reale, che seguono e succedono alla cultura e ci liberano dalle complicazioni facendo da cataplasma all’animuccia decadente, malata di civiltà: i nostri eroi si chiamano ancora Rimbaud, Gauguin e Stevenson; mentre Herman Melville ha vissuto prima le avventure reali, il primitivo, è stato barbaro prima e nel mondo del pensiero e della cultura è entrato in seguito, portandovi la sanità e l’equilibrio acquistati nella vita vissuta”.

Il Middle West di Anderson forniva allo scrittore lo spunto per un azzardato e criticamente debole parallelo con il suo Piemonte, l’esigenza di una letteratura “regionale e universale”.

“[…] Dall’Alfieri in giù, tutti gli scrittori italiani che si sforzano, talvolta e anzi spesso inconsciamente, di giungere a una più profonda unità nazionale, penetrando sempre più il loro carattere regionale, la loro vera natura; giungendo così alla creazione di una coscienza umana e di un linguaggio ricchi di tutto il sangue della provincia e di tutta la dignità di una vita rinnovata…”

Lo slang introdotto da Sinclaire Lewis nei suoi romanzi suggeriva inoltre le riflessioni su una lingua narrativa che non fosse il semplice dialetto, ma un impasto linguistico in cui potesse riconoscersi l’intera nazione (vedi “Ciau Masino” e “Paesi Tuoi”).

“Questa specie di gergo e di dialetto, espressione nazionale americana, è da lui compresa amata e fatta, infine, poesia, risultandone la vera creazione di un linguaggio il volgare americano; cosa di cui non si ha più esempio dai tempi che i popoli neolatini hanno fermato idiomi vergini in opere d’arte e di vita. Prima di Lewis, lo slang americano era color locale o di improvvisazione giornalistica”.

Un biglietto di sola andata per Disneyland

Molta gente ha paura del buio, dei ragni, degli spazi aperti,
di parlare in pubblico o dei serpenti.

Io, invece, ho paura di farmi male.
Questa mia paura è frutto di una mia traumatica esperienza: un infernale giro sulle montagne russe.
Avevo sette anni, ero in vacanza con i miei in Francia, a Disneyland, e, dopo aver fatto precisamente 9 giri nel labirinto di Alice, 5 foto con Topolino, quattro giri nel castello incantato e tre zuccheri filati, mi ero lasciato convincere da mio padre a provare una giostra fino a quel momento a me sconosciuta: le montagne russe!
La fila era enorme e mi dicevo continuamente:” se c’è così tanta fila, dovrà pur significare qualcosa, no?”, NO!
Salendo sulla giostra mi accorsi subito di quanto stessi sbagliando, ma era ormai troppo tardi…
Furono i cinque peggiori ed interminabili minuti della mia vita, più gridavo e più ero certo di starmi avvicinando alla fine e, sebbene fossi assicurato al sedile da una robusta cintura, non riuscivo a tranquillizzarmi, ero convinto che sarei scivolato via o, ancora peggio, rimasto bloccato a mezz’aria su quell’infernale vagoncino.
La salita, lenta e quasi dolorosa, accompagnata dal cigolio dei vagoni, era il momento per prendere fiato; La discesa era un concentrato omogeneo di urla, un’orchestra di baritoni e tenori.
La cosa più disperante era la conclusione di ogni giro: il vagone rallentava, arrivava al punto di inizio della corsa e, quando ero convinto che finalmente avremmo finito, ricominciava ancora più veloce di prima, ancora più spaventoso.

Urlavo, ma era tutto vano.

Ripensandoci adesso, quelle montagne russe non erano un granchè, ma l’espressione di mia madre, preoccupata vedendomi scendere terrorizzato e tremolante dal vagone, ha influenzato un po’  sul mio modo di vedere le cose e il ricordo di quell’esperienza sucita ancora in me un misto di inquietudine e ilarità.

 

Per la cronaca, da quel giorno non sono più salito sulle montagne russe e non vi salirò mai piu.

Fine.

Prossima corsa

Cammini, sabato sera, ci sono poche macchine in giro, sei stanco…che ore saranno? L’una? Le quattro? Poco importa. Da quanto tempo cammini? Non ti poni nessuna di queste domande. Ad un tratto, la vedi, in tutto il suo splendore, in una macchina, no! Non in una macchina, ma nella sua macchina, la macchina di quello stronzo del suo ragazzo. Eccolo! , non puoi scordarti queste sue parole, non ci hai fatto molto caso e adesso ti danni. Si baciano, colmo di rabbia fai finta di niente, anzi superi la macchina in sosta e cerchi di non voltare lo sguardo.

La portiera si apre, lei ti viene dietro, con la coda dell’occhio la vedi e hai paura, il fiatonefef977bd412822d7af1fc16ef331cb81, non vuoi fermarti a parlarle, non vuoi salutarla, non vuoi rivedere il suo dolce viso, i suoi occhi azzurro intenso, non vuoi scoppiare a piangere di fronte a lei. È dietro di te, con ansia acceleri il passo, ti sta alle calcagna dannazione! Vai più veloce, ma nulla, lei è sempre dietro, ti prepari per affrontala, stai per girarti quando… ti passa accanto e ti supera senza voltarsi, con grande nonchalance prosegue come se non ti avesse visto davvero.

Rallenti, sei affannato, uno sforzo psicologico troppo grande per te, forse, rallenti fino a fermarti sotto una pensilina dell’autobus…in quel momento non riesci più a trattenerti e dai tuoi occhi scendono sottili lacrime amare, sussurri “ti amavo, io ti amavo, cazzo!” . Ti ricordi quando giocavi e scherzavi con lei, quando le stringevi la mano e quando le sfioravi il viso. credevi che fosse tutto per te, ma c’era una cosa…non ci hai mai veramente provato. Era solo uno stupido flirt, o almeno così era per lei, parliamoci chiaro, nemmeno tu ti sei sforzato di farle capire quanto ci tenessi. Cosa c’è? Avevi paura forse? Non eri pienamente convinto? Davi tutto per scontato, e dopo questo, la noia, la gelosia. E dopo? Dopo che avete rotto i ponti per due mesi, la trovi con un altro, felice… Odi il suo ragazzo, ma specialmente, odi la sua felicità!

Forse…ma adesso è troppo tardi. Lei è fidanzata, lui non la merita, ha solo avuto fegato. Ma hai detto “amavo” e non “amo”, rassegnato, capisci che lei è solo passato e non presente. Ti asciughi le lacrime e capisci che, in fondo, non l’amavi davvero, ne eri fermamente convinto solo perché ti piaceva l’idea di qualcuno accanto a te. Hai perso un’occasione, fesso, ma ora cosa pensi di fare, da solo, al freddo, in una città deserta illuminata dalla sola luce dei lampioni? Ti siedi sotto una pensilina dell’autobus e aspetti…

Che cosa? Semplice: la prossima corsa….

P E R U G I N A_fail

Il bacio Perugina è notoriamente il confetto che contornia il regalo degli innamorati, il bacio al cioccolato che precede quello vero, un simbolo d’amore universalmente riconosciuto. È un piccolo gesto d‘amore, sempre gradito, che risolleva gli animi e riaccende la fiamma.cover_baci_1024x310

Ecco dunque! Si parla di innamorati:

“ L’amicizia veramente grande non si può raccontare, ma solo provare”

Ebbene, trovare un messaggio del genere in uno di questi confetti non credo che faccia molto piacere né a chi lo regala, né a chi lo riceve.

Poi, sapere che questa è una citazione di Giovanni Crisostomo non è per nulla consolatorio.

Piccola nota

Giovanni Crisostomo, o Giovanni d’Antiochia, è stato un arcivescovo e teologo biSGC-iconazantino. Fu il secondo Patriarca di Costantinopoli. È commemorato come santo dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa e venerato dalla Chiesa copta; è uno dei 35 Dottori della Chiesa.

Inoltre è tristemente famoso per le sue esplicite posizioni antigiudaiche :

”Banditi perfidi, distruttori, dissoluti, simili ai maiali… Per il loro deicidio non c’è possibilità di perdono, dispersi in schiavitù per sempre… Dio odia gli ebrei e li ha sempre odiati”

 

Ecco! Sinceramente sapere che certe frasi siano uscite dalla bocca di un santo antigiudaico mi fa un po’ di impressione…

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Tornando a noi, sarebbe perfetto se la Perugina creasse una linea apposita per la friendzone, una linea che, quasi certamente, creerebbe un inimmaginabile caso mediatico e un conseguente un successo spettacolare.

Cosa c’è di meglio dello sfottò in ambito amoroso? già immagino le pagine dei social impazzite con i meme, fan che comprano baci e postano frasi del calibro di:

ho paura di perdere la tua amicizia,
sei un ragazzo perfetto,
Se solo ci fosse un ragazzo come te,
Ti amo come un fratello,
ti amo di bene (la più terrificante)

L’internet, che posto meraviglioso.

PAVESE _ Le Langhe e il mito: temi inscindibili

Già a partire da “Lavorare stanca” iniziano a delinearsi delle coppie antitetiche, paveseopposizionali, su cui Pavese andrà a strutturare le opere successive: campagna e città, collegate da una serie di passaggi e gradazioni intermedie (la collina torinese, il fiume, la periferia, con i relativi personaggi tipizzati, operai, prostitute, suonatori e frequentatori di osterie); ozio e lavoro, insieme con le varianti evasione ed impegno, individualismo e socialità; infanzia e maturità, di cui la prima è intesa come momento magico e privilegiato, mitico, di una scoperta dei sensi e delle cose, come adesione spontanea alla realtà e al mondo circostante; la seconda come sconfitta e delusione, ripiegamento, scoperta di una infelicità di fondo popolata di fantasmi interiori.

Quindi, se la città rappresenta il luogo dell’inautenticità e della solitudine, la campagna, al contrario, sembra promettere una pienezza di manifestazioni vitali, diventando sede dei valori e dei riti perduti sotto l’incalzare schiacciante di una civiltà industriale.

La campagna delle Langhe piemontesi è un mondo a sé stante, ancora chiuso in una sfera mitica di sesso e sangue che vanno a trovare una corrispondenza negli antichi rituali che restano a sedimentare nel presente; la collina è dunque il selvaggio, lo sconosciuto, l’atavico, una presenza costante che incombe sulla città, qualcosa da cui non si può scappare: tutto tende ad essa;

Ricordiamo la costante presenza della collina nel ciclo “la bella estate” di ambientazione borghese, in tutta la sua produzione poetica, da “Paesi tuoi” fino ad arrivare al culmine raggiunto con “La luna e i falò”.

Il dialetto è lingua antica, sconosciuta, profonda, ritmata, mistica, come lo può essere il greco, o le lingue antiche che racchiudono in sé tutto il mistero dei riti rurali.

In quest’ottica, Langhe e mito sono due realtà che coesistono nello stesso piano; altro rispetto ad una modernità mortifera, propongono dei riti e dei valori di grande naturalità e violenza vitale: la natura è spargimento di seme e di sangue.
La collina è dunque Radice.

“I popoli che praticarono i più atroci e frequenti sacrifici umani furono gli agricoltori (civ. matriarcali). Né i pastori, né i cacciatori, né gli artigiani furono mai crudeli come i contadini”. 16 gennaio 1945

Elemento essenziale della produzione letteraria di Pavese è la riflessione sul mito: sulla scorta di Jung, lo scrittore concepisce il mito come archetipo, simbolo primordiale radicato nell’inconscio collettivo dell’umanità, e dunque elemento comune ed universale, ma anche oscuro e misterioso. Compito dell’arte è rendere chiara tale materia informe, dandole una forma ordinata e razionale: da qui nasce il travaglio che accompagna la scrittura, intesa come “mestiere”; il mito è dunque materia informe alla quale la poesia da voce. Pur basandosi su una realistica situazione storica e geografica, i personaggi, gli ambienti e le vicende rimandano ad una trama di elementi simbolici.

“Tutto è ripetizione, ripercorso, ritorno. Infatti anche la prima volta è una “seconda volta”
6 novembre 1943

“Non esiste “vedere le cose la prima volta”. Quella che ricordiamo, che notiamo, è sempre una seconda volta” 26 settembre 1942

L’interesse nei suoi confronti, che nasce dalla lettura di autori classici e moderni (Nietzsche, D’Annunzio, Mann), viene approfondito dallo studio di testi specialistici di tipo etnografico e antropologico, dando vita, nel dopoguerra, ad alcuni saggi teorici.
Nel saggio “Del mito, del simbolo e d’altro”, Pavese scrive:

“Ora, carattere, non dico della poesia, ma della fiaba mitica è la consacrazione dei luoghi unici, legati a un fatto a una gesta a un evento. A un luogo, tra tutti, si dà un significato assoluto, isolandolo nel mondo. Così sono nati i santuari. Così a ciascuno i luoghi dell’infanzia ritornano alla memoria; in essi accaddero cose che li han fatti unici e li trascelgono sul resto del mondo con questo suggello mitico.”

Con la teoria del mito Pavese fissa e definisce le sue originarie intuizioni dell’infanzia e del paesaggio ad esso legato: la fanciullezza è il momento privilegiato, in cui il mito viene vissuto spontaneamente ed inconsapevolmente; quando ci si rende conto di questo, l’infanzia è già perduta.
Inoltre il mondo infantile gioca un ruolo fondamentale nella crescita dell’individuo in quanto lo determina; in questo rapporto consiste il “destino” dell’uomo, per il quale ogni ricerca di sé porta sempre ad un ritorno alla radice. Da qui il grande valore consegnato al “rustico” e al “primitivo”, proiettati nelle Langhe, che si popolano di figure bestiali e ferine (fondamentale è l’influsso di Giambattista Vico, già trovato nel meccanismo ripetitivo dell’errare, che nella “Scienza nuova”, aveva definito la fanciullezza dell’uomo “l’età degli dei”, la “barbarie eroica”, in cui si formano i miti dell’umanità). Così la collina diventa il luogo mitico e “unico”, e le vicende di cui sarà teatro, avranno un valore eccezionale, irripetibile e grottesco, assumendo una dimensione profondamente simbolica.

“Ieri sera vento caldo, letto miti e leggende africane. È mattino azzurro, fresco e giallo di sole. Le leggende sono la storia di ciò che avviene la prima volta e ne hanno la semplicità e lo stupore. Anche se raccontano un fatto non iniziale il tono è questo: semplice designazione mai descrizione, non aggettivi; struttura ritmica che costituisce il dramma, la sospensione.”51TgkNrH9UL

Prendiamo in esame la poesia “ I mari del sud”, che apre la prima raccolta “Lavorare stanca”, “troviamo tutte le tematiche sue proprie: la terra, l’amore, la morte, il sangue, le radici, la perdita delle radici, la partenza, il ritorno sofferto.

Innanzitutto la figura del cugino viene proiettata in un alone quasi mitico, il “gigante vestito di bianco, che si muove pacato, abbronzato nel volto, taciturno” con un’amplificazione luminosa dell’immagine, e rappresenta la forza e il coraggio di chi ha vissuto pienamente la vita, dura e avventurosa lontano dalla propria terra, per poi farvi ritorno e riscoprire dolorosamente le proprie radici. Si scorge alla fine della poesia la figura del baleniere tanto stimato da Pavese:

“ …Solo un sogno
Gli è rimasto nel sangue: ha incrociato una volta
Da fuochista su un legno olandese da pesca, il Cetaceo,
e ha veduto volare i ramponi pesanti del sole,
ha veduto fuggire balene tra schiume di sangue
ed inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia.
Me ne accenna talvolta”

La passeggiata del poeta e del cugino sulle colline, “nell’ombra del tardo crepuscolo”, introduce subito il motivo del silenzio, che mitizza il tema della solitudine e dell’incomunicabilità riportandolo alle caratteristiche della gente contadina:

“…Tacere è la nostra virtù.
Qualche nostro antenato dev’essere stato ben solo
-un grand’uomo tra idioti o un povero folle-
per insegnare ai suoi tanto silenzio”

E ancora viene rimarcato il carattere profondo della terra, incontaminata e selvaggia, completamente avulsa dalla realtà urbana:

“… Spiegò poi a me,
quando fallì il disegno, che il suo piano
era stato di togliere tutte le bestie alla valle
e obbligare la gente a comprargli i motori”

la contrapposizione Langhe-città, accennata in una prospettiva paesaggistica:

“dalla vetrata si scorge
nelle notti serene il riflesso del faro
lontano, di Torino”

trova nella quarta strofa una sua più complessa e rilevante definizione

“Oh da quando ho giocato ai pirati malesi,
quanto tempo è trascorso. E dall’ultima volta
che son sceso a bagnarmi in un punto mortale
e ho inseguito un compagno di giochi su un albero
spaccandone i bei rami e ho rotta la testa
a un rivale e son stato picchiato,
quanta vita è trascorsa. Altri giorni, altri giochi,
altri squassi del sangue dinanzi a rivali
più elusivi: i pensieri ed i sogni.
La città mi ha insegnato infinite paure:
una folla, una strada mi han fatto tremare,
un pensiero talvolta, spiato su un viso.
Sento ancora negli occhi la luce beffarda
dei lampioni a migliaia sul gran scalpiccìo”

È il rumore della folla che percorre le strade cittadine ad accentuare il sentimento di profonda solitudine del poeta, ormai diventato adulto e staccatosi dal mondo della campagna; il binomio maturità-infanzia si articola su due livelli: il bambino, sicuro di sé, che fantastica di avventure marine, è opposto al cugino, il titano, che le avventure le ha vissute, ma non è riuscito ad ottenere la tanto agognata sicurezza (“la città mi ha insegnato infinite paure”).

Nella conclusione si spiega la radice sociologica della differenza fra i due personaggi: l’aurora.
Laddove uno la intende esteticamente, come insegnavano i romanzi d’avventure tanto amati, per l’altro non scandisce più neanche il ritmo del lavoro.

“Ma quando gli dico
ch’egli è tra i fortunati che han visto l’aurora
sulle isole più belle della terra,
al ricordo sorride e risponde che il sole
si levava che il giorno era vecchio per loro.”

Una poesia di stampo tipicamente mitico è sicuramente “Il dio-caprone “, in cui la campagna, d’estate, sprigiona tutta la sua forza e vitalità, il mistero dell’invasamento, una frenetica energia vitale che investe ogni cosa, culminante in una danza sabbatica che media il motivo centrale del sesso attraverso la presenza degli animali, simbolo di forze demoniache e irrazionali.

“Al levar della luna le capre non stanno più chete,
ma bisogna raccoglierle e spingerle a casa,
altrimenti si drizza il caprone. Saltando nel prato
sventra tutte le capre e scompare. Ragazze in calore
dentro i boschi ci vengono sole, di notte,
e il caprone, se belano stese nell’erba, le corre a trovare.
Ma, che spunti la luna: si drizza e le sventra.
E le cagne, che abbaiano sotto la luna,
è perché hanno sentito il caprone che salta
sulle cime dei colli e annusato l’odore del sangue.
E le bestie si scuotano dentro le stalle.
Solamente i cagnacci più forti dàn morsi alla corda
e qualcuno si libera e corre a seguire il caprone,
che li spruzza e ubriaca di un sangue più rosso del fuoco,
e poi ballano tutti, tenendosi ritti e ululando alla luna.”

Scritto nel 1939 e dato alle stampe nel 1941, “Paesi tuoi” introduce vistosamente la dimensione del mito, facendo delle Langhe un ambiente primitivo e selvaggio, percorso da immagini di fuoco, i falò, e di sangue, i sacrifici.

“La natura ritorna selvaggia quando vi accade il proibito: sangue o sesso. Parrebbe un’illusione suggerita dall’idea che ti fai delle culture primitive- riti sessuali o sanguinari.
Donde si vede che selvaggio non è il naturale ma il violentemente superstizioso. Il naturale è impassibile. Che uno cada da un fico in una vigna e giaccia a terra nel suo sangue non ti pare selvaggio come se costui fosse stato accoltellato o sacrificato. Superstizioso è chiunque cede alla passione bruta”. 13 luglio 1944

Innanzitutto, l’immagine della collina-mammella, costantemente presente, richiama alla profonda natura sessuale del luogo; inoltre si stabiliscono relazioni ricorrenti tra Gisella, la frutta e le mele:

“quella sera non veniva più notte,e la vecchia mi trova nella stanza delle mele, mi chiede chi ero perché al chiuso non ci vedeva più bene. Io le dico che mangio una mela di sua figlia, se è permesso, per lavarmi la bocca.”

In questo gioco di rimandi sessuali è la chiave delle corrispondenze simboliche che, a loro volta, rimandano alla tragica conclusione, quando la violenza e la bestiale passione elementare portano Talino ad uccidere la sorella: l’acqua del secchio si rovescia e, con il sangue, impregna la terra, violenza sanguinosa già sottolineata con l’allusione alla violenza incestuosa di Talino.

“Ma Gisella tossiva e vomitava sangue, e quel fango era nero”

Pavese si è sforzato di adattare i riti primitivi all’ambiente rustico della campagna, trasferendovi i tabù ancestrali dell’incesto e del sangue. La presenza di significati sessuali si sprigiona nei modi e nelle forme di una violenza che, dapprima repressa, si scatena e diviene istinto ferino nel momento di massima esplosione delle energie vitali della terra.
La follia di Talino affonda le radici in numerosi esempi mitici, basti pensare alle Baccanti di Euripide che fanno a brandelli il corpo di Penteo; o ancora, troviamo nel dialogo “L’ospite” un baldanzoso Litierse che parla così ad Eracle riguardo i sacrifici umani:

“ Non ci venne nessun forestiero. Uccidemmo un vecchio servo e un caprone. Fu un sangue molle che la terra sentì appena. Vedi la spiga, com’è vana? Il corpo che noi laceriamo deve prima sudare, schiumare nel sole. Per questo ti faremo mietere, portare i covoni, grondare fatica, e soltanto alla fine, quando il tuo sangue sarà vivo e schietto, sarà il momento di aprirti la gola. Tu sei giovane e forte”

Un altro elemento ricorrente è l’incendio, il fuoco, il falò, già accennato in “Paesi tuoi”, appare chiaro ne “La luna e i falò” e, ancora di più, nell’opera più propriamente di stampo mitico:”Dialoghi con Leucò”.L’incendio della Grangia, l’incendio della Gaminella, i falò, l’epilogo di Santa, sono tutti episodi che richiamano al tempo remoto degli antichi rituali sanguinari degli spargimenti di sangue, dei roghi propiziatori, dei sacrifici umani, i falò che nutrono madre terra.

Romanzo strettamente legato al mito, “La luna e i falò”, scritto nei primi mesi del 1949 e pubblicato nel 1950, conclude la carriera narrativa dello scrittore.
I temi fondamentali sono quelli già indagati ne “I mari del sud”: il mito e la radice, la terra.

Il paese, il luogo dove si nasce e si muore.

“Un paese ci vuole, non fosse altro che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

Anguilla, il protagonista, torna al suo paese natio dove ha vissuto da bastardo, dall’America, quell’America così grande, vuota e selvaggia: l’antipaese.
Egli soffre questo suo essere bastardo, senza radici, senza luogo, senza un vero ritorno:

“C’è una ragione perché sono tornato in questo paese, qui e non invece a Canelli, a Barbaresco o in Alba. Qui non ci sono nato, è quasi certo; dove son nato non lo so; non c’è da queste parti una casa né un pezzo di terra né delle ossa ch’io possa dire “ecco cos’ero prima di nascere”. Non so se vengo dalla collina o dalla valle, dai boschi o da una casa di balconi. La ragazza che mi ha lasciato sugli scalini del duomo di Alba, magari non veniva neanche dalla campagna, magari era la figlia dei padroni di un palazzo, oppure mi ci hanno portato in un cavagno da vendemmia due povere donne da Monticello, da Neive o perché no da Cravanzana. Chi può dire di che carne sono fatto? Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione”

Ma il ritorno e il tuffo nel passato non è un semplice viaggio indietro nella memoria, come un recupero di un tempo antico e favoloso, bensì è un viaggio alle origini che consente a Pavese di rilevare il sostrato mitico-simbolico della realtà, alle azioni dell’uomo, alle vicende del presente e del passato, si intravvedono certi simboli universali e perenni del destino umano. In quest’ottica, Nuto, l’amico rimasto fedele alla terra, è il suo duca, il suo Virgilio.
Ma in quel mondo, così diverso eppure così uguale, fallisce il tentativo di ritorno, deludente e angosciante.

Già dal titolo, “la luna”, “i falò”, chiari riferimenti mitici, la cui presenza accompagna, seguendo il ciclo delle stagioni, le vicende del destino umano. L’eco è quello del “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” leopardiano, dove l’astro offre uno spunto di riflessione sul senso della vita.
Il valore simbolico della luna è quello di evidenziare il ritmo interno dell’opera, attraverso un rapporto terra-cielo; nel primo elemento, si riflettono i bagliori dei fuochi accesi dai contadini durante le feste paesane, retaggio atavico di una cultura rustico-popolare legata ai riti della terra che, per il giovane, hanno rappresentato un momento magico di scoperta e possesso della vita.
Ai falò dell’infanzia si contrappongono altri falò, che comportano la perdita delle illusioni del protagonista e la sua decisione di abbandonare il paese.
L’incendio appiccato dal Valino alla Gaminella che, invasato da un’energia di brutale ferocia, uccide le donne e si suicida, distruggendo così le ultime tracce del passato e della sua disperazione. O ancora la vicenda di Santa, che il protagonista aveva lasciato che era ancora bambina, diventata una bellissima ragazza inizia a mettersi in una situazione più grande di lei, fra le camicie nere e la resistenza.

Il romanzo si chiude con le parole di Nuto, l’amico rimasto fedele alla terra, che racconta l’epilogo della ragazza:

“-No, Santa no, – disse – non la trovano. Una donna come lei non si poteva coprirla di terra e lasciarla così. Faceva ancora gola a troppi. Ci pensò Baracca. Fece tagliare tanto sarmento nella vigna e la coprimmo fin che bastò. Poi ci versammo la benzina e le demmo fuoco. A mezzogiorno era tutta cenere. L’altr’anno c’era ancora il segno, come il letto di un falò.”

Dialoghi con Leucò, l’opera più propriamente di carattere mitico, è il testamento intellettuale dell’autore, in cui indaga tutti i temi a lui cari sul mito, sulla natura, sul destino e sull’uomo.2010047_lrb34t

Dalla prefazione de “Il mistero”:
“Che i misteri eleusini presentassero agli iniziati un divino modello dell’immortalità nelle figure di Dioniso e Demetra (e Core e Plutone) piace a tutti sentirlo. Quel che piace di meno è sentir ricordare che Demetra è la spiga – il pane- e Dioniso, l’uva – il vino. “Prendete e mangiate…”

Nel dialogo “Il lago”, nella figura di Virbio-Ippolito, morto, e risorto per mano di Artemide, vive sui monti Albani, solo, al pari della lepre o della nube, “l’oggi aggiunge qualcosa al suo ieri?”:

“o Selvaggia, non so. Sembra ieri che aprii gli occhi quaggiù. So che è passato tanto tempo, e questi monti, quest’acqua, questi alberi grandi sono immobili e muti. Chi è Virbio? Sono altra cosa da un ragazzo che ogni mattina si ridesta e torna al gioco come se il tempo non passasse?”

La dea replica:
“Questa non è una terra dei morti, ma il vivo crepuscolo di un mattino perenne. Non hai bisogno di ricordi, perché questa vita l’hai sempre saputa”

Emerge la forte dicotomia fra il necessario bisogno di compagnia, e la solitudine esistenziale dell’autore:

“Diana: Pensaci bene, Virbio-Ippolito. Tu sei stato felice.
Virbio: Non importa, signora. Troppe volte mi sono specchiato nel lago. Chiedo di vivere, non di essere felice.”

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